d. Alessandro Caprini
+ 15 gennaio 2016
Un uomo profondamente credente
A marzo don Sandro Caprini avrebbe compiuto 72 anni. Nato nelle Marche, a Monte Porzio, era venuto all’università di Bologna per gli studi di medicina. La sua fede cristiana ricevuta nell’ambito familiare, espressa soprattutto nella vicinanza alle persone, specialmente le più povere, trova nella figura del Cardinale Lercaro, arcivescovo di Bologna, un’ulteriore fonte di alimentazione. Entra a far parte della famiglia del Cardinale e diventa uno dei ragazzi che seguono e vivono, attraverso la paternità di Lercaro, il cammino di rinnovamento conciliare. In questa famiglia particolare, quella del Cardinale, sperimenta la ricchezza della Parola di Dio e dell’Eucaristia: quotidianamente si ritrovavano nella cappella del vescovado a celebrare la Messa, attorno a quel tavolo che portava scritte le parole dalla Didachè, testo delle prime comunità cristiane “Se condividiamo il pane celeste, come non condivideremo il pane terreno?”. L’esperienza di comunione con il Signore Gesù, riempie il cuore di tanta vita, e consolazione, da traboccare naturalmente nella vita fraterna. Quel ragazzo che studiava medicina, che assumeva gradualmente sempre maggiore responsabilità accanto al Cardinale nella conduzione della casa, veniva educato a vivere in pienezza il rinnovamento della liturgia, impegnando il tempo libero nel servizio presso le case della carità sorte a Bologna. Compiuti gli studi di medicina, si sposa con una giovane laureata in lettere, Rosa Maria, il matrimonio viene preparato e celebrato dal Cardinale stesso.
Dopo poco tempo, la Provvidenza li porta a Cattolica, dove Sandro lavora in ospedale e sua moglie nelle scuole medie. Trascorrono anni belli, pieni di entusiasmo: hanno attorno a sé la stima e l’affetto di tante persone, soprattutto quelle più semplici che trovano in lui un punto di riferimento. La sua famiglia viene allietata dalla nascita della figlia. Tutto procede bene fino a quando una prova molto dura lo investe: la malattia e, successivamente, la morte della carissima Rosa Maria. Per assisterla e condividere con lei pienamente il cammino di sofferenza, Sandro lascia il lavoro in ospedale: un periodo di scavo interiore che approda ad una fede di totale consegna di sé a Dio.
Quando ancora la vita familiare scorreva tranquilla, è stata sua moglie a dirmi: “Perché non chiede a Sandro di impegnarsi ulteriormente in parrocchia?”. Questo invito mi incoraggiò, alcuni anni dopo, a chiedere a Sandro di pensare al ministero del diaconato permanente; grande fu la mia sorpresa quando con semplicità e fermezza si mise a disposizione per rispondere positivamente a questa vocazione: fu ordinato diacono nel settembre del 2004.
È stato il diacono dei poveri, di tutta la povera gente di Cattolica e di tanti che arrivavano a lui da fuori, con le proprie sofferenze. Come diacono, continuava ancora a svolgere gratuitamente il suo impegno di medico: la persona è una, amava dire: non posso scindere il corpo dall’anima. Per arrivare all’anima, occorre passare attraverso la carità e la cura dei corpi. Aveva a Cattolica la responsabilità particolare della Caritas, che in quegli anni crebbe notevolmente. Così pure si prese cura dell’associazione “Il Pellicano”, fondata per l’inserimento dei ragazzi diversamente abili. Alla mattina, prima della messa, iniziava abitualmente in chiesa una processione ininterrotta di persone che lo cercavano per parlargli, chiedere aiuto spirituale e materiale. Il medico cresciuto nelle corsie dell’ospedale, ora percorreva quotidianamente le vie della città e stazionava presso quanti avevano bisogno. Pur preso da tanti impegni, trovava il tempo per momenti sereni di fraternità, di festa, di allegra compagnia: ampia e articolata è sempre stata la sua vita sociale.
Nel 2010 il vescovo Francesco Lambiasi lo chiama a prepararsi per il ministero sacerdotale: viene ordinato in Duomo il 24 aprile del medesimo anno. Sandro non aveva cercato nulla, aveva solo dato la sua disponibilità e la sua obbedienza.
Successivamente viene inviato come parroco a S. Maria di Nazareth di Montalbano. Non è stato facile per lui inserirsi immediatamente nella conduzione della parrocchia, ma si è impegnato fino in fondo, donando tempo, energie, mezzi finanziari, per il bene della sua comunità. Attorno a lui si forma un bel gruppo di famiglie e di operatori pastorali, che apre strade di condivisione con i poveri e di evangelizzazione, trovando nell’ascolto della Parola di Dio e nell’Eucaristia, energia e gioia di vivere e testimoniare il Vangelo.
Tutto procede bene, fino a quando il Signore gli chiede di santificare la sua esistenza con la sofferenza e la malattia nella propria carne. Questo nuovo percorso, iniziato nell’agosto del 2014, con alterne vicende si è concluso venerdì 15 gennaio. Il suo letto d’ospedale, la sua permanenza, a periodi, in casa, diventano occasioni ancora più credibili di quell’affidamento al Signore che ha connotato tutta la sua vita. Di questo ultimo periodo c’è una testimonianza singolare che va ricordata: tra i tanti poveri che Sandro incontrava quasi quotidianamente, c’erano alcuni di religione musulmana. Appena si sparge la notizia della sua malattia, questo gruppo, per vari giorni, si raduna all’ingresso dell’ospedale pregando per Sandro e implorando la sua guarigione. La carità è la grande via di comunione possibile con tutti e necessaria per quanti portano il nome di cristiani.
Ci possiamo chiedere: abbiamo avuto il dono di un bravo medico, di un buon padre di famiglia? Certamente. È stato un buon prete Ira noi? Certamente sì.
Ma forse è più vero dire che abbiamo vissuto accanto ad un uomo profondamente credente, che ha amato fino in fondo la vita e ha creduto totalmente nella bontà e nella forza del Signore Gesù.
don Biagio Della Pasqua
(da Il Ponte, 24/01/2016 [Scarica PDF])
Al mio caro confratello Alessandro
Ho appena appreso della tua morte mio caro confratello Alessandro ed è con cuore mesto che mi accingo a scrivere questo breve saluto, perché non voglio che il tempo mi derubi del tuo speciale ricordo. Superato un primo momento di sorpresa e sgomento, il mio cuore mi ha subito riportato alla radice del nostro lungo e proficuo rapporto, intercorso durante tutto il ministero diaconale ed in particolare nella Segreteria, in collaborazione con il caro don Tonino, che ricordo con altrettanta nostalgia ed immutato affetto.
Mi sento solo e provo un vago senso di abbandono e di solitudine, eppure i frutti del nostro lavoro sono davanti a miei occhi e la ricchezza del raccolto di quanto il Signore ci ha dato di seminare riempie il mio animo, cosicché la dolcezza dei ricordi mi trasporta con ali di pura felicità. Ma voi non ci siete più e per quanto abbia l’intima certezza che mi state accanto con immutata amicizia, non trovo ristoro da una certa pena, che ha il volto nostalgico di questa nostra breve e precaria esistenza terrena. Noi facciamo cose eterne in una carne mortale; questo profondo mistero mi è più che mai presente, conquide il mio cuore con una forza poderosa, ma sempre delicata; con interiore turbamento, ma sempre in lietezza.
Caro Alessandro tu mi hai insegnato che senza sacrificio non si può consentire agli uomini di capire l’amore del Signore; che i Suoi doni non devono ristagnare in noi; che abbiamo una responsabilità nel donare ciò che ci è stato dato in grazia ed in sostanza, per non sottrarre a nessuno o arrestare la forza dell’amore che tutto vuole permeare e vivificare. Mi hai mostrato che l’essenza di tutto questo è nel servizio, anima imperscrutabile di una vocazione universale in ogni uomo, che noi diaconi dobbiamo diffondere come gioia tanto più grande quanto più forte è l’amore che si ha per il Signore, perché è così che il Regno viene e si manifesta. Sì, il servizio nasce dalla riconoscenza e dall’amore a Dio ed è offerto a lui degnamente solo nella gioia, perché non lavoriamo e fatichiamo per prepararci meriti in Cielo, ma per un incontenibile desiderio di amare.
Ora sento anche il bisogno di farti una mia personale confessione: quando ho appreso della tua prossima consacrazione sacerdotale, un breve attimo di rammarico ha attraversato il mio cuore; ti chiedo perdono, perché ho davvero fatto molta fatica a capire e ad accettare il tuo sì come una ulteriore offerta, come una ulteriore e più intima disponibilità a servire nostro Signore, non secondo i nostri umani e poveri pensieri, ma secondo la sua volontà misericordiosa. Poi quando ti ho visto celebrare mi sono rallegrato, perché l’anima diaconale ancora prevaleva in te; erano cambiati alcuni ambiti, ma il tuo cuore risplendeva ancora di una chiara luce attenta e sollecita nel servizio.
Caro confratello sento un grande ed irrefrenabile bisogno di ringraziarti per il prezioso esempio che ho ricevuto, per l’affetto e la benevolenza che mi hai sempre dimostrato, e ringrazio davvero il Signore del prezioso dono che ci ha fatto con la tua persona.
Ora che hai la vita in pienezza, ora che la tua umile e nascosta carità si è accesa come una nuova stella nel cielo, volgi ancora a noi il tuo sguardo sereno e benigno e guidaci per le vie del Vangelo, sostienici nelle fatiche e nelle prove che la Provvidenza ci metterà accanto per la nostra testimonianza, e proteggici da vanità e personalismi che stanno sempre accovacciati accanto alla porta del nostro cuore.
Ciò che la mia carne non può più stringere, lo può il mio spirito ed è in questo che ti rinnovo il mio ultimo saluto, con un profondo ed eterno abbraccio fratello mio, per conservare in ogni attimo della mia vita la tua memoria con infinita gratitudine.
16 gennaio 2016
diac. Marcello Ugolini
